La Mostra storica dell’Operetta ad Abbazia chiude i battenti

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LA MOSTRA STORICA DELL’OPERETTA CHUDERA’ I BATTENTI

GIOVEDI’ 30 LUGLIO ALLE ORE 19 VISITA GUIDATA ALLA MOSTRA

Una ricerca approfondita e altrettanto difficile, in quanto molto materiale è andato distrutto in un incendio alla fine degli anni Ottanta, sul Festival dell’Operetta di Abbazia ha permesso di scrivere una nuova pagina che va ad arricchire il corredo di immagini e documenti della Mostra Storica dell’Operetta “Tu che m’hai preso il cuor” che l’Associazione Internazionale dell’Operetta, con la collaborazione del Civico Museo Teatrale Carlo Schmidl del Comune di Trieste, realizzò nel lontano 1995 e ripropose nel 2009 in una veste aggiornata. Era stata fortemente voluta, pensata e realizzata dal fondatore dell’Associazione, Danilo Soli, recentemente scomparso, che per lungo tempo è stato la memoria storica dell’operetta e del suo festival nella città giuliana. Il Museo Croato del Turismo di Abbazia l’ha ospiterà nel Padiglione d’Arte Juraj Šporer, con la collaborazione della Comunità degli Italiani di Abbazia, dell’Archivio di Stato di Fiume e con il supporto della Regione Friuli Venezia Giulia, con il sottotitolo “L’operetta da Trieste e Abbazia all’Europa”. La mostra, inaugurata l’11 luglio prossimo e chiuderà i battenti il 30 luglio.


C’è una storia, anzi più di una storia, con la esse maiuscola, che accomuna le genti dell’Adriatico Orientale. Parliamo tutti dialetti simili, di matrice veneta, a simboleggiare una millenaria appartenenza alla sfera culturale ed economica della Serenissima. La stessa Trieste che visse sempre in un vincolo d’interesse con l’Austria, proprio per non essere fagocitata dalla più potente Venezia, ebbe sempre un cuore che batteva nel “verso” delle sue vicine di affaccio sul mare. Più tardi, con la caduta della repubblica veneta, arrivò l’Austria-Ungheria che tenne tutte queste terre sotto la sua ala protettrice, facendone strumenti di crescita economica per l’impero. I porti di Trieste e Fiume in particolare, le stazioni turistiche di Lussino e Abbazia più tardi, per guarire i ricchi dalle malattie respiratorie che colpivano tutti indistintamente dal ceto sociale. Tutto questo mondo fu pertanto permeato dalla cultura che Vienna profondeva nelle province dell’impero. La musica in particolare rappresentò un punto di contatto e unificazione forte delle tante genti, lingue e culture che vivevano sotto lo stesso governo. Si pensi a Suppè, Francesco Ezechiele Ermenegildo, nato a Spalato, studiò musica a Zara, finì nella capitale austriaca, dove per mantenersi insegnava l’italiano e divenne il padre dell’operetta viennese, dopo aver composto ben 30 operette con il nome di Franz Von Suppè.

Con queste premesse non è difficile credere che l’avv. Barbieri, il sen. Gigante e il prefetto Testa, che tenevano i contatti con le autorità centrali dello Stato fascista a metà degli anni Trenta, avessero ben presente quali generi musicali potevano proporre al pubblico cosmopolita di Abbazia e alle tante persone che venivano da Trieste, Fiume, dall’Istria e dai dintorni per assistere agli spettacoli nel Teatro all’aperto. D’accordo, meno di vent’anni prima si era conclusa una guerra orribile, l’Austria l’aveva persa e tutto il suo Impero si era dissolto nel nulla, ritrovandosi in uno staterello piccolissimo, alla ricerca di una sua identità perduta. Ma l’allure e il fascino che quella realtà aveva profuso negli anni splendidi della sua grandezza non si era ancora dissolto. Ad Abbazia arriva ancora il bel mondo dall’Austria e dall’Ungheria e quei paesi “fornivano” compositori ed artisti di grande valore e fortuna: Franz Lehár, Imre Kálmán, Paul Abraham.

Non fu quindi difficile proporre un grande festival dell’Operetta, che non avesse niente da invidiare a quello più antico di Bad Ischl, nel salisburghese. Più complicato invece essere diplomatici con quel manipolo di burocratici e compiacenti professionisti che ruotavano attorno al mondo di Pavolini, il colto ministro alla cultura del Governo Mussolini, che più tardi si dimostrerà di una ferocia inaudita, tanto da finire a piazzale Loreto affianco al suo gran capo.

Abbazia era lontana da Roma, si ricordi però che nell’altrettanto distante Trieste il comico e attore Angelo Cecchelin passava i suoi bei guai per manifestare il suo dissenso alla politica nazionale.

Per tre anni Barbieri e Gigante proposero al grande pubblico le ultime composizioni dei tre grandi autori, che ancora spopolavano tra gli appassionati della piccola lirica. Il 1935 fu l’anno di Franz Lehár, con Giuditta, Il Paese del sorriso e Federica, le sue ultime composizioni che avevano in sé quella malinconia per un mondo perduto, che contraddistinse il suo lavoro di quegli anni. Arrivò ad Abbazia con il tenore Richard Tauber, il suo usignolo. Diresse i suoi capolavori, mentre i giornali di mezza Europa e di tutta Italia, annunciavano con titoli sensazionali gli eventi di quella straordinaria stagione di spettacolo. L’operetta è da sempre evento popolare e se alla “premiere” arrivavano le vedette, le star, i nobili e i notabili dell’epoca, di cui tutti i giornali parlavano, aumentando così le attese per gli eventi, le seconde e terze recite venivano prese d’assalto dal popolo. Lunghe file ai botteghini, probabilmente come quelle che circondavano il Teatro Verdi di Trieste negli anni d’oro del festival triestino, tutto esaurito, gente stipata ovunque. Non c’erano norme di sicurezza che vincolavano l’accesso nei teatri a quel tempo e probabilmente luoghi, oggi in grado di accogliere qualche centinaio di persone per motivi di sicurezza, all’epoca ospitavano migliaia di persone. Dall’idroscalo di Trieste partivano aerei per Abbazia, che portavano ricchi e star, i vip di oggi insomma. In parallelo da Fiume, da Trieste e dall’Istria arrivavano corriere a “prezzi agevolati” per l’occasione per favorire un afflusso di pubblico straripante. La radio italiana trasmetteva le splendide arie in diretta e ci piace immaginare un sacco di persone con l’orecchio appiccicato all’altoparlante di quei bei grandi apparecchi che giacevano sui tavolini ornati di pizzi, come icone di benessere nelle case dei più benestanti.

L’anno dopo fu Imre Kálmán ad occupare il podio. Il 29 luglio 1936 il Festival apriva con la premiere de “L’imperatrice Giuseppina”, ad assistervi trenta direttori dei maggiori teatri austriaci ed ungheresi. In scena andarono oltre 350 costumi ad impreziosire un’operetta, l’ultima che il compositore ungherese scrisse prima di scappare in California perché di origini ebree, stessa sorte anche per la soubrette Rita Georg, che si rifugerà in Canada. Fu poi la volta della Contessa Maritza, de Il cavaliere del diavolo, che in assoluto fu l’operetta che piacque di più quell’estate, Kálmán l’amava particolarmente, perché la considerava la più ungherese delle sue composizioni. Concluse la stagione La Principessa della csardas. Il compositore si presentò ad Abbazia con la giovane moglie e i suoi due figli piccoli, le foto li ritraggono a passeggio sul lungomare.

Nel 1937 gli organizzatori recuperarono un titolo sensazionale Casanova, un personaggio italiano in un’operetta viennese. Le musiche erano state scritte dal grande Johann Strauss; un artista emergente, di cui si sentirà parlare ancora, Ralph Benatzky, ne aveva rielaborato il libretto.

Sul palcoscenico era stata costruita una piattaforma girevole del diametro di 10 metri e divisa in tre spicchi, che poteva contenere contemporaneamente tre scenari per tre diversi quadri. Un grande spettacolo, uno strepitoso successo, così descrivono le cronache dell’epoca la serata inaugurale con il tenebroso baritono Georg Monthy, nei panni del Casanova, e la briosa e spumeggiante soubrette Lotte Menas. Si proseguirà con Al Cavallino bianco di Ralph Benatzky, Robert Stolz e Robert Gilbert, per concludere con Ballo al Savoy (titolo italianizzato in Savoia) di Paul Abraham.

Arriviamo finalmente al 1938, quando andò in scena , l’operetta di Mascagni, alla presenza in prima fila del compositore lirico che durante l’intervallo tra un tempo e l’altro salì sul podio a dirigerne un pezzo. La critica fu tenera con le musiche, ma stroncò il libretto, accusando la direzione artistica di non aver avuto il coraggio di metter mano ad un testo che era troppo vecchio per i gusti del tempo. C’è da dire che fino a quel momento le operette erano tutte in tedesco con artisti quasi sempre di madrelingua. Per furono ingaggiati artisti italiani ai quali fu insegnato dal direttore artistico Gruder-Guntram e dal regista Schulz-Breiden ad interpretare con un certo stile viennese. L’operazione riuscì, gli artisti impararono la lezione, ma l’operetta non fu un grande successo. Finalmente Pavolini però era stato accontentato. Ironia della sorte il 1938 fu l’ultimo anno di festival, che si concluse con Lo Zingaro Barone di Johann Strauss e Roxy di Paul Abraham che portava in scena l’ungherese Rosy Barsony, la stessa soubrette che nell’estate del 1955 infiammerà la caldera dei 10.000 spettatori stipati sugli spalti del Castello di San Giusto a Trieste. Anzi il festival fu concluso da un originale concerto di giazzo, così la stampa italiana trasformava la musica jazz d’oltre oceano: in scena Rosy Barsony, sul palco a dirigere Paul Abraham.

L’ombra lunga della guerra cominciava a farsi sentire già nel 1938, la gente si muoveva di meno, un po’ come in questi giorni in Grecia, la paura prendeva il sopravvento sul desiderio di svago. Il turismo aveva subito un forte calo, tanto che nel gennaio del 1939 il sen.Gigante scriveva a Roma delle difficoltà economiche della provincia fiumana e dei buchi economici che l’estate del 1938 aveva lasciato sul campo. L’Italia non sentì ragione, non ci furono altri finanziamenti ed aiuti per Abbazia, Pavolini ripianò il debito contratto nel 1938 e il festival di Abbazia chiuse i battenti, l’Europa e il mondo avevano davanti una guerra che lasciò sul campo un olocausto di proporzioni gigantesche, distruzioni, spostamenti di intere popolazioni, ferite e lacerazioni che lentamente, molto lentamente, si stanno ricucendo.

Una mostra serve anche a questo, a guardare attraverso altri punti di vista la storia, quella con la esse maiuscola.

Rossana Poletti

articolo tratto dall’Edizione della Voce del Popolo del 10 luglio 2015