I DUE RIBALTONI: Trieste 1918, Fiume 1919

SCEME DA OPERETTA
luglio 26, 2018
SCEME DA OPERETTA
agosto 8, 2018

Piazza Verdi ore 21

9 agosto 2018

I DUE RIBALTONI: Trieste 1918, Fiume 1919

Prodotto dall’Associazione dell’Operetta FVG in coproduzione con il Dramma Italiano di Fiume, con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia- bando sulla Grande Guerra, con la collaborazione del Comune di Trieste, inserito nel cartellone di Triestestate 2018.

Una lettura degli avvenimenti dell’immediato dopoguerra, che colpirono in modo diverso i due porti dell’ex Impero, Trieste e Fiume, atttraverso le vicissitudini di personaggi che vissero quei tempi: la giovane di famiglia austriaca, l’ardito seguace del Vate, la donna fiumana, il musicista sloveno e un giornalista, collega di Silvio Benco; le musiche dell’epoca, l’ironia e il distacco dei personaggi e delle loro storie. Scritto, diretto e interpretato da Maurizio Soldà, con Elvia Nacinovich, Ilaria Zanetti, Gualtiero Giorgini e Aleksander Ipavec alla fisarmonica.

Il testo trae spunto da letteratura triestina e fiumana e testimonianze vere dell’epoca. E’ uno spettacolo teatrale-musicale che tratta il primo e più critico grande stravolgimento che ha colpito l’intera Europa ed è stato foriero della futura rovina del vecchio continente nel così detto secolo breve. La grande guerra e la conseguente dissoluzione dell’Impero asburgico, ha portato alla rapida e definitiva disgregazione della società in senso lato con gli esiti nefasti che sono stati analizzati da copiosissimi studi storici. Il crollo del vecchio ordine definito la prigione dei popoli, le affermazioni nazionalistiche irredentistiche non trovarono un nuovo ordine negli anni ‘18, ’19 e ’20 ma portarono spaesamento e confusione. La gente comune era impotente di fronte a questo cataclisma epocale e si aggrappava a quello che capiva e cioè alle piccole cose del quotidiano sperando che i nuovi padroni dessero un nuovo ordine. In questo contesto si muove la nostra storia che ha come protagonisti degli artisti di teatro musicale e lui in persona, il Vate, che è, in ultima analisi, il re dei guitti con una fantasia e una capacità istrionica al di fuori del comune. Attraverso le piccole vicende del quotidiano tenteremo di delineare lo spaesamento del momento che, con una capacità tutta italiana ha spesso trasformato una tragedia in commedia. Le canzoni e gli spunti letterari ci aiuteranno a puntualizzare il periodo storico con le sue evidenti contraddizioni, si pensi ad esempio che E.A. Mario è l’autore sia della “Canzone del Piave” che di “Vipera” cavallo di battaglia di Totò. La grande guerra non ha spazzato il mito asburgico che rimane nell’immaginario collettivo. Si può dire che ancor più di prima della guerra che il popolo esorcizza la fame e la confusione con le uniformi degli ussari, le bellissime donne austro slave, le pazzie degli arciduchi… e le sottili fette di pane nero; nella miseria è terapeutico sognare. Sul Vate e sull’avventura fiumana, il tratto che caratterizza il tutto è LUI, “matto come un caval”, ma creativo, visionario, trascinatore… e quando non si capisce dove si va ecco il Vate che indica nella sua follia una via che come il bel passato viennese è solo un’illusione.

In questa confusa e ingarbugliata situazione cinque personaggi raccontando la propria situazione rappresentano le ideologie che hanno impregnato per tutto il 900 ed oltre le nostre terre di confine.

La cantante d’operetta, che incarna il “mito” asburgico, una società ordinata che sembra danzare continuamente sulle note del “bel Danubio blu”, che non si capacita di come un mondo eternamente felice possa aver avuto fine. Ammiratrice incondizionata di Elisabetta d’Austria che al contrario nei suoi diari da cui abbiamo tratto alcune liriche tratteggia un mondo ben diverso oramai in declino, cupo ed ostile.

Il piccolo borghese, con simpatie socialiste, reduce dalle stragi galiziane che descrive l’altra faccia dell’Austria Felix e rappresenta la realtà dei popoli servi in una monarchia famelica e oppressiva con riferimenti al socialismo triestino e al carteggio tra Silvio Benco e Gabriele D’Annunzio, e che è testimone racconta i moti socialisti del 1918.

La donna istriana, figlia di una terra poverissima, di un popolo contadino o pescatore, diffidente, eternamente affamato, figlio di una terra arida e avara, il cui unico fine è quello di riscattare la propria condizione. Che testimonia la fame e i mille espedienti per sconfiggerla. Eternamente esule per bisogno. Racconta ad esempio come si poteva sconfiggere la fame nel 1918 a Fiume pescando sul relitto di un sommergibile tedesco affondato.

Giorgini, Zanetti e Soldà

Il musicista sloveno, figlio di un popolo slavo che ha amato incondizionatamente la monarchia Asburgica, l’unica realtà che gli consentiva di non venir assorbito dai più numerosi slavi del sud o assimilato dalla latinità italiana.

Il bersagliere, ardito della prima ora, seguace di d’Annunzio, irredentista sfegatato che non riesce a decodificare l’avventura fiumana, e che è disposto a tutto nel nome del Vate (esemplificativo è il racconto di quando decapita l’aquila a due teste simbolo araldico della Fiume imperiale).

Soldà, Nacinovich e Ipavez

Tutti e cinque sentono il fascino della novità della repubblica del Carnaro, un sogno con pane ed uguaglianza, libertà e sessualità creativa, una continua festa con il Vate che gran maestro di cerimonia fa danzare tutti nell’illusione che quella sia la realtà, che ben presto invece con l’avvento del fascismo si dimostra ben diversa da quella sognata. I quattro, però, essendo reduci del primo “ribalton”, intravedono già i grandissimi limiti della retorica nazionalista di d’Annunzio che verrà poi strumentalizzata dalla dittatura. Lo spettacolo descrive quindi, con la dialettica fra i personaggi e i brani musicali d’epoca uno spaccato della società che vive i due ribaltoni, per cui nulla sarebbe stato più come prima del 1914 e che con la nascita inevitabile degli stati nazionali si avviava verso la catastrofe della seconda guerra mondiale.